Progetti per uno sguardo attivo

Una giornata estiva del giugno 1939. Una giornata in cui “accade” una recita.
Nessuno si muoveva. Rimanevano seduti, davanti alla scena vuota … Niente musica. “Il Presente – Noi stessi” lessero sul programma … Il pubblico si spazientiva … niente di niente compariva sulla scena. “Perché ci fa aspettare? … Non hanno bisogno di mettersi in costume, se è il nostro tempo.” “Guardate! Esce fuori dai cespugli la marmaglia! Bambini! Folletti – fate – demoni. Che portano? Barattoli di latta? I candelieri della camera da letto? Vecchi orci? Miodio, quella è la specchiera della Canonica! E quello specchio gliel’ho prestato io. Di mia madre. Incrinato. Qual’è il concetto? Qualunque cosa, luminosa abbastanza da riflettere, presumibilmente, noi stessi! … Lampeggiano, accecano, danzano, saltano. … Un naso … una gonna … ora un paio di solitari pantaloni … ora forse un viso … Noi stessi … Assorbendo, falciando, guizzando, scartando, gli specchi dardeggiarono, abbagliarono, esposero … specchietti, barattoli di latta, specchi rotti da cucina, specchi delle scuderie e specchi d’argento pesantemente sbalzato … si fermarono tutti. E gli spettatori si videro … I portatori di specchi si accosciarono; maliziosi; osservatori; pazienti; interpreti.”

(Virginia Woolf, Tra un atto e l’altro)

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